BUONA ERRANZA
“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli” (Gianni Rodari)
Non posso invitare gli altri a mettersi in gioco se io stessa non lo faccio nella mia vita e nella mia quotidianità, non posso invitarli a prendere consapevolezza di risorse e aspetti limitanti se a questo lavoro non mi appresto anche io, nel pensare e soprattutto nel fare.
E così mi sono decisa: mi sono iscritta ad un corso di improvvisazione teatrale facendomi ispirare dallo slogan che lo accompagna: “non esistono errori solo grandi possibilità”. Si tratta in realtà, nell’arte dell’improvvisazione, di imparare a gestire l’errore ed a trasformarlo in qualcosa di nuovo che dia motore alla scena e di allenare, altresì, la capacità di rimanere in un problema, a non scappare, attivando però una domanda fondamentale.
La domanda, che ricorre anche nella pratica del counselling, è: che cosa ne faccio di quello che mi è capitato? Come posso viverlo e volgerlo al meglio per me?
Dall’errare che è anche un vagare, un deviare dai percorsi fissi e stabiliti, può maturare un apprendimento, un accrescimento della conoscenza o un’imprevista possibilità.
Errare fa parte dell’esperienza umana, è connaturato ad essa ed è premessa, così come l’imperfezione, della nostra evoluzione. L’uomo, come ricorda Dante, cresce ed evolve anche addentrandosi nella “selva oscura/ che la diritta via era smarrita” e questo passaggio oscuro e di apparente perdizione diventa il terreno fertile per il successivo cammino verso una direzione più significativa e luminosa.
Errare è l’altra faccia della medaglia della verità, che non si lascia afferrare in modo univoco ma che proprio per tentativi ed errori si fa ogni volta sfiorare. Errare ha insito il potere della scoperta e della trasmutazione. C’è chi errando come Cristoforo Colombo ha scoperto nuovi mondi o chi ha fatto importanti scoperte scientifiche che fanno parte del nostro progresso.
Il mio errare mi ha portato negli anni a conoscermi e conoscere meglio, a scoprire che si può riprendere qualcosa di rotto o interrotto e si può Riparare, che il senso di colpa che ne derivava può essere trasformato in un senso di responsabilità: “pecco” se mi fermo, se del mio errore non ne faccio niente, se non ne faccio apprendimento e possibilità.
Riparare, come nella tecnica del kintsugi (l’arte giapponese di riparare con l’oro oggetti di ceramica rotti) , non è ripristinare uguale, significa soprattutto valorizzare, ridare un senso. Aggiunge valore a ciò che abbiamo “rotto”, ma aggiunge valore anche a noi stessi perché l’uomo è essenzialmente un essere di significato.
La persona che sa di poter errare e impara a “riparare” si avvia verso una maggiore consapevolezza e integrazione di se (anche delle parti di noi che rifiutiamo), sta in una visione dinamica della vita e non di controllo, sa perdonarsi e perdonare, sa essere tollerante e “temperante” e sa guardare con più fiducia e speranza al futuro.
Impariamo a dirci Sì, si recita nel corso di improvvisazione teatrale. Impariamo, come ha testimoniato Viktor Frankl, a “dire sì alla vita, nonostante tutto”.
Buona erranza!

