TENERE e LASCIARE ANDARE

Tenere e lasciare andare. Due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà complementari ed entrambi necessari, come inspiro ed espiro. Non valgono a prescindere, ma se inseriti in una cornice di senso.

Tenere significa per lo più avere in mano, custodire, sostenere. Sembra associarsi alla resistenza, al mantenimento, ma anche alla cura.

Lasciar andare significa permettere e accettare il cambiamento e fare spazio al nuovo. Implica liberarsi e liberare.

Entrambi parlano di libertà e responsabilità. Entrambi hanno un valore che però nell’accezione estrema o unilaterale può portare alla deriva. Così tenere può sfociare in attaccamento e controllo fino a trattenere ciò che non ci appartiene o chi non ci appartiene, imbrigliando la nostra vita e quella altrui.

Il lasciar andare, assunto in modo indiscriminato, a sua volta, può diventare alibi per arrendersi alla prima difficoltà o rinunciare a credere e lottare per ciò che ha valore nella vita, anziché esercitare costanza e perseveranza che nutrono progetti di più lungo respiro.

Tenere acquisisce per molti di noi un senso sicurezza (è stare in contatto con ciò che conosciamo o crediamo di conoscere), mentre lasciar andare ci espone all’insicurezza di trovarsi sganciati e senza appoggi, ma può essere la premessa di rinnovamento, crescita ed evoluzione.

L’equilibrio, come in molte faccende della vita, spesso è la risposta, ma soprattutto è fondamentale accorgersi ed acquisire consapevolezza rispetto a cosa si sta agendo (sentimenti, bisogni, aspettative,valori …)e come. Essere coerenti con noi stessi ci rende più coerenti nei confronti dei fatti della vita e delle relazioni. Ed è un cammino generativo.

In questa occasione parlerò del lasciar andare perché questa coda d’estate mi riconduce idealmente al soffio, al fluire prima che la stagione più fredda ci chieda di costruire e custodire.

Imparare a lasciar andare è una capacità da allenare per la nostra esistenza perché la vita si sa, o almeno è esperienza comune, è molto più “oceano mare” che terraferma, con le sue onde, le sue correnti e a volte le sue tempeste. Ed è proprio l’acqua che ci ricorda il valore del fluire e del LASCIAR ANDARE, del non trattenere.

Lasciar andare può esser visto come un atto liberatorio, legato alla leggerezza.

Spesso però passa dalla porta del dolore, la attraversa, per poi riconsegnarci ad una vita piena.

Le lacrime spesso ne sono l’espressione: distillato di pesi che ci portiamo dentro, a volte maestre di vita (“Io se non passo attraverso le mie lacrime non cresco mai” mi diceva tempo fa una giovane donna alle prese con le fatiche legate alla recente separazione e alla difficoltà di conciliazione dei tempi).

Nel teatro antico la “catarsi” indicava appunto la purificazione e il lasciar andare e i greci lo facevano a teatro assistendo alla tragedia e alla messa in scena (finzione ed imitazione) del male assoluto, dell’irrazionalità e della colpa per “liberarsi” da paure e insicurezze che rischiavano di trasformarsi in demoni. Anche a me spesso è capitato di “liberarmi” da pesi emotivi attraverso la visione di films o opere teatrali e a volte li ho riguardati proprio per questo “effetto catartico”.

Uno spunto e una suggestione su questo tema è nata dall’ascolto di una canzone di Nicolò Fabi, ”Vince chi molla” che mi incanta ogni volta attraverso le sue parole e il video che il cantautore ha scelto per questo testo.

Riporto il testo.

«Lascio andare la mano
che mi stringe la gola
Lascio andare la fune
Che mi unisce alla riva
Il moschettone nella parete
L’orgoglio e la sete
Lascio andare le valigie
I mobili antichi
Le sentinelle armate in garitta
A ogni mia cosa trafitta
Lascio andare il destino
Tutti i miei attaccamenti
I diplomi appesi in salotto
Il coltello tra i denti
Lascio andare mio padre e mia madre
E le loro paure
Quella casa nella foresta
Un umore che duri davvero
Per ogni tipo di viaggio
Meglio avere un bagaglio leggero
Distendo le vene
E apro piano le mani
Cerco di non trattenere più nulla
Lascio tutto fluire
L’aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla
Vince chi molla
Vince chi molla»

La sintesi di questo intervento è per me nelle ultime righe: “la salvezza non si controlla”.

Predisporsi all’apertura, al cambiamento, alla flessibilità mentale e all’arte dell’improvvisazione (imparare ad agire non attraverso copioni, ma restando in ascolto) risultano competenze sempre più importanti soprattutto in un tempo e in una società in cui tutto va veloce. Una società fluida per l’appunto.

Lasciar andare quindi ciò che non si può controllare: la morte, il passato, il tempo che passa, cosa pensano gli altri, i pettegolezzi, le relazioni non corrisposte, spesso le malattie e con le energie risparmiate nutrire e “dirigere” le nostre idee, le nostre parole, i nostri sforzi, le nostre sfide e i nostri comportamenti. Lasciar andare in sostanza quello che non è nelle nostre possibilità di cambiare, ma anche illusioni di rifugi perfetti (la casa nella foresta) e di stabilità emotiva duratura (un umore che duri davvero), le nostre aspettative o credenze sulla vita o sugli altri, l’obiettivo di farcela ad ogni costo e, infine, ciò che non ci “corrisponde”più.

E quindi:

Tu cosa tieni e a che cosa “tieni”? Che cosa, invece, ti farebbe stare meglio se solo lasciassi andare?

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