VIVERE LA VITA

“Lentamente muore chi non trova grazia in se stesso”

(Lentamente muore, di Martha Medeiros)

Quando non siamo coerenti con la nostra sorgente, quando deviamo dall’unicità del nostro percorso si crea un disallineamento che inevitabilmente ha riverberi su di noi, su tutti i piani che abitiamo: fisico, mentale, spirituale.

E così il protagonista senza nome del romanzo di David Foenkinos, “Mi è passato il mal di schiena”, accusa improvvisamente un violento e persistente mal di schiena, i cui gradi di intensità si alternano seguendo i suoi stati d’animo e l’evoluzione del suo percorso di vita.

Esclusa ogni causa di ordine fisico, il protagonista imparerà tra tentativi, errori e prove che la vita gli pone che stare nella propria verità è la via per stare meglio, per vivere la vita e non subirla, portando il peso di cose e situazione non proprie o non più in linea con la propria natura più profonda, che chiede ascolto e rispetto.

Non è una vita apparentemente tranquilla al limite della perfezione che garantisce il vero benessere, ma la coerenza e l’umiltà di sè, ossia il potersi riconoscere nella propria verità, fatta di talenti e risorse da sviluppare e limiti da accettare e, a volte, trasformare.

Ascoltarsi a 360 gradi, non escludere ma includere possibilità nella propria vita (il che non equivale poi a prenderle tutte) e dare cittadinanza al cambiamento, come processo naturale dell’esistenza, è la chiave per aprire la porta d’accesso a se stessi.

Il dolore a volte è semplicemente un richiamo. Ci spinge ad addentrarci dove non siamo mai andati.

Il predominio della logica ad ogni costo, il controllo e l’avere tutto regolato e calcolato spesso anestetizzano e soffocano il sapore del vivere.

Rinunciare ai sogni può essere altrettanto nocivo perché spesso il sogno coincide con la propria vocazione, ciò a cui ci si sente chiamati dall’interno e che non può essere ignorato a lungo.

A volte, invece, con l’ossessione di andare dritti alla meta, di ottimizzare e non perdere tempo, perdiamo il gusto di vagabondare, di esplorare, di interessarci e di farci sorprendere dall’inatteso.

Il corpo non è disgiunto dal nostro “essere” ed “esserci”, fa parte di noi e spesso ci avverte di qualcosa che non va (ma vale anche rispetto a situazioni positive) ancora prima che si svegli la coscienza che “sente” e intuisce il senso di ciò che ci accade.

L’ho appurato anche io, più di un anno fa, con un forte ipertiroidismo che ignorato nei sintomi iniziali era arrivato a livelli critici. Eppure dentro di me forse già sapevo, visto che la tipica frase che usavo in quel periodo era “mi sento tirata per il collo”, imputando però tale sensazione a cause esterne (incombenze ed incastri per far quadrare tutto, accentuato senso del dovere, corse …).Sebbene fossi già del mestiere sono arrivata tardi all’appuntamento con l’ascolto (anzi lo davo fuori più che dentro di me), ma ATTRAVERSO L’ASCOLTO (che poi ho finalmente attivato) ho potuto riallinearmi con me stessa in un buon tempo. Ho fatto sì una terapia, ma contemporaneamente ho modificato il mio stile di vita: ho preso coscienza di alcuni cambiamenti che potevo portare nel mio percorso e soprattutto nel mio atteggiamento (nel COME vivevo alcune situazioni). Mi sono rimessa anche io tra le priorità anche perché durante il periodo di malattia comunque ero ben poco utile agli altri (più nervosa, più stanca e meno concentrata).

Ora non mi sento più presa per il collo.

Qualcuno che fortunatamente ho incontrato mi ha parlato della tiroide come una sorta di regia del nostro corpo (e io che non l’avevo mai considerata e che sapevo ben poco sulla sua preziosa funzione!), qualcun’ altro mi ha fatto notare l’immagine di una clessidra rovesciata che ha a che fare con la gestione del tempo e quella di una centralina dell’equilibrio (tema molto connesso alla salute in generale sin dai tempi di Ippocrate).

E dico “qualcuno” perché a volte è importante non solo ascoltarsi ma farsi aiutare a riattivare in noi questa possibilità e risorsa per la nostra vita.

Intuire il senso di ciò che ci capita facilita il processo di benessere e cura. Imparare ad esprimere ciò che ci attraversa alleggerisce il percorso, perché tutto quello che non diciamo e non ci diciamo pesa.

Mia figlia molto piccola una volta mi disse una frase che mi sono tatuata dentro e che per certi versi ha sostenuto il mio percorso di emancipazione personale : “le parole sono fatte per dirle e non per tenersele dentro”.

Ora le dico più spesso di prima, mentre prima mi aspettavo che fossero gli altri ad intuire che cosa stavo pensano o provando.

Cosa fare, quindi?

A piccole dosi prendiamoci il gusto di “improvvisare”, a volte di ribaltare i tavoli (capovolgere ciò che ci tiene nella direzione sbagliata per noi), di ritrovare i colori nella nostra vita e la grazia in noi stessi. Celebriamo la vita nelle piccole e nelle grandi cose che ci accadono, dirigiamo la nostra attenzione sulla luce piuttosto che sul buio. Coltiviamo la fiducia in noi stessi, nonostante le fragilità. Sciogliamo i nodi con il balsamo della pazienza e della passione (che poi etimologicamente sono sorelle).

Scommettiamo che “vivere la vita” è molto di più che semplicemente “vivere”.

La vita ci chiede di essere vissuta: non è un dono da conservare, ma un dono del quale farne un uso consapevole e fruttuoso.

Da svegli.

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