ASCOLTO LIBERANTE

Piccole cose di valore non quantificabile

Parlare è un bisogno. Ascoltare è un’arte
(Goethe)

I sogni, l’amore, la tenerezza sono quantificabili? Il dolore lo è?

Qual è la chiave d’accesso per la comprensione profonda di ciò che accade all’altro? Da dove passa l’aiuto?

Si può dare colore, dimensione, forma all’amore e alla fiducia persi e allo stesso tempo sentirsi derubati dal profondo?

Mi rifaccio ad un cortometraggio del 1999 molto forte per il tema trattato, ma al tempo stesso delicato e profondo: “Piccole cose di valore non quantificabile”, diretto da Paolo Genovese e Luca Miniero.

La protagonista, Francesca, si rivolge ad un brigadiere per sporgere denuncia: “una mattina mi sono svegliata e ho scoperto di essere stata derubata di tutti i miei sogni …” e più tardi riferisce di non aver denunciato subito il fatto perché si sentiva in colpa.

Il brigadiere inizia a fare domande al riguardo per capire meglio di che cosa si tratta, accoglie quanto le viene detto, non lo stravolge, ma approfondisce. Apparentemente sembra che corrano su due binari paralleli, ma nei dieci minuti del cortometraggio vediamo apparire il miracolo di un ascolto attivo e non banalizzante e intuiamo il possibile miracolo che può farsi strada in chi si sente accolto ed ascoltato. Il vero ascolto porta a galla, con delicatezza ed attenzione, il vissuto di chi si sente ascoltato e favorisce la consapevolezza. L’ascolto non è solo prestare orecchi, ma anche occhi, sensibilità (cuore) e, soprattutto, è saper stare con il racconto dell’altro.

Anche l’ascolto non è quantificabile in lunghezza, ma nell’ampiezza dei suoi livelli. Non necessita sempre di tempi lunghi, ma deve essere attivo e profondo, stare nel detto e nel non detto, nelle metafore e nei gesti. Essere sintonizzato e creativo. Non può seguire protocolli. Sta spesso nell’improvvisazione che è un’arte e non un’azione lasciata al caso: significa avere cura dell’altro, saper entrare nel suo registro linguistico, narrativo e non verbale. Con l’arte delle domande, anche ingenue, significa “far emergere e portare fuori”, far sì che sia la persona a rendere chiaro a se stessa cosa le sta succedendo.

Nel cortometraggio è’ eloquente lo sguardo finale di Francesca quando le viene letta la deposizione e le viene chiesto di firmarla, perché – il brigadiere le dice – sarà come l’avesse scritta lei stessa. In quel momento Francesca sa che il brigadiere l’ha compresa nel profondo e nel rispetto del suo dolore/pudore e dell’integrità che lei stessa cercava di proteggere mantenendo un linguaggio sibillino e non esplicito.

Non ho parlato deliberatamente del tema sia perché non è l’argomento che volevo affrontare in questa sede sia perché credo che sia una scoperta da vivere personalmente per capire anche quelli che possono essere i nostri pregiudizi nel giudicare una scena. Molto spesso alcune cose non vanno troppo spiegate per essere comprese e l’apparente “vuoto” diventa uno “spazio”, dove esistono tutte le possibilità che ognuno può cogliere.

Lascio quindi la visione del cortometraggio https://www.youtube.com/watch?v=tOMHEAmirIY

Il mio obiettivo era far cogliere l’importanza dell’ascolto, che è un atto fondamentale e prioritario in ogni situazione.

Un ascolto parziale o distratto fa nascere fraintendimenti (questo spesso capita nella vita di tutti i giorni, anche a me, dovuto a fretta, alle aspettative e ai bisogni individuali che vengono portati in primo piano).

Un ascolto che non sia su più livelli non coglie la complessità che accompagna ogni vissuto.

Un ascolto che parte dalla pretesa di saper già o di aver ragione non è tale e non genera una crescita reciproca.

Un ascolto LIBERANTE, invece, favorisce l’emersione dei vissuti che spesso rimangono segregati in noi per svariati motivi: senso di colpa, incapacità a trovare le parole per esprimerli e descriverli, vergogna, pudore, paura, credenze ereditate ( “i panni sporchi si lavano in casa”).

C’è ancora molto da dire sul valore dell’ascolto (e lo farò nel prossimo articolo), ma già a questo punto credo che non sia banale dire che il percorso di Counselling si basa soprattutto sull’ascolto e sulla capacità del professionista di “rimandare”, come uno specchio, quanto la persona dice. Lo fa in un tempo e in uno spazio dedicato, dove non “si pesano” le esperienze vissute, ma si liberano risorse e possibilità. Lo fa rispetto a situazioni esistenziali di difficoltà e malessere vissute nel presente. Lo fa dando presenza e aiutando a ritrovare un SENSO.

L’ascolto nel counselling significa far sì che la persona, a sua volta, possa ascoltarsi ed aiutarsi. Perché se io mi ascolto e mi vedo non sono più passivo/a rispetto alla mia narrazione ma divento attivo/a e responsabile, pertanto capace di arrivare ad una maggiore chiarezza del vissuto e anche ad una risoluzione.

L’ascolto ha un’unica controindicazione va sperimentato e praticato, in generale nella nostra vita, e – quando è professionale – può indurre consapevolezza e libertà.

E’ il primo passo verso la guarigione.

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